Curare un cane o un gatto può costare molto e, quando arrivano difficoltà economiche, anche una visita, un esame o un intervento possono diventare spese difficili da sostenere. È qui che entra in gioco il veterinario sociale, un’espressione sempre più utilizzata anche in Italia per indicare l’assistenza veterinaria destinata agli animali delle persone in condizioni di fragilità.
Ma chi è esattamente? La prima cosa da chiarire è che il veterinario sociale non è una nuova specializzazione né un titolo professionale. Non esiste un albo dedicato e non occorre conseguire una qualifica specifica. A svolgere le prestazioni sono normali medici veterinari abilitati alla professione che operano all’interno di progetti di veterinaria sociale.
E qui c’è un’altra distinzione importante: non esiste un unico soggetto incaricato di attivare il servizio. A promuoverlo possono essere Regioni e aziende sanitarie, Comuni oppure associazioni ed enti del Terzo settore. I diversi soggetti possono anche lavorare insieme e coinvolgere veterinari liberi professionisti e strutture private del territorio.
“Sociale”, inoltre, non significa necessariamente che il veterinario lavori gratis. A seconda del progetto, le prestazioni possono essere erogate direttamente da un ambulatorio pubblico, sostenute da un’associazione oppure pagate dall’ente pubblico al professionista secondo tariffe concordate.
Alla base c’è un principio semplice: la salute dell’animale è strettamente legata anche al benessere della persona con cui vive. Per un anziano solo, una persona senza dimora o una famiglia in difficoltà, non riuscire più a pagare le cure del proprio animale può significare rimandarle o, nei casi più gravi, arrivare a separarsene. È una visione vicina al principio One Health, che considera connesse salute umana, animale e ambientale.
In Italia esistono già diversi modelli. A Torino è operativo l’Ambulatorio Veterinario Sociale dell’ASL Città di Torino. Nel 2026 una rete che comprende Comune, ASL, Università, Ordine dei Medici Veterinari e LAV ha ulteriormente ampliato l’assistenza agli animali delle persone fragili, coinvolgendo anche strutture veterinarie private per alcune prestazioni.
A Roma, invece, LAV ha creato un proprio ambulatorio di veterinaria sociale rivolto agli animali di persone in difficoltà e ha portato le cure anche nei quartieri attraverso presidi veterinari mobili.
L’esperienza più recente arriva da Pescara, dove nell’ottobre 2026 il Comune ha avviato il servizio di veterinaria sociale scegliendo ancora un’altra strada: creare un elenco di veterinari e strutture disponibili ad aderire. Il cittadino ammesso al programma sceglie uno dei professionisti e la prestazione viene pagata dal Comune, secondo il tariffario previsto.
Per il 2026 Pescara ha stanziato 24.781,10 euro. Possono accedere i residenti con ISEE fino a 12 mila euro, proprietari di cani o gatti regolarmente identificati e registrati. Il contributo può arrivare fino a 500 euro per animale, nei limiti delle risorse disponibili.
Non esistono però requisiti validi in tutta Italia. Chi può usufruire del veterinario sociale dipende dal singolo progetto: possono contare l’ISEE, la presa in carico da parte dei servizi sociali o altre condizioni di fragilità. Cambiano anche le cure comprese e il modo in cui vengono finanziate.
Più che una nuova professione, dunque, la veterinaria sociale è una nuova forma di assistenza che porta anche gli animali familiari dentro le politiche di welfare. Per sapere se è disponibile nella propria città occorre verificare l’esistenza di progetti attivati da Comune, Regione o ASL e dalle associazioni del territorio: oggi la mappa italiana è ancora a macchia di leopardo.
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